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Un articolo di Marino Smiderle pubblicato sul giornale di Vicenza:


 


Pedescala e la verità che non c'è



 Cinquantanove anni fa esatti a Pedescala c’erano i russi. Ultimi bagliori di una guerra ormai di retroguardia, ma proprio per questo più cattiva, spietata, vendicativa. I cosacchi, come li chiamava Bruno Caneva, uno dei principali sospettati dell’eccidio, erano soldataglia di complemento alle truppe del Terzo Reich tedesco. «Passavano le giornate gozzovigliando - riportano le cronache dell’archivio parrocchiale - e cercando anche di accontentare le loro basse passioni». Partirono all’alba di quel tragico 30 aprile 1945, quando molte città d’Italia stavano ancora impazzendo di gioia per l’avvenuta liberazione dai nazisti.
Per Pedescala stanno per calare le tenebre. La ferocia dell’uomo, se di uomo si può parlare, si sta per abbattere su questa frazione di poche centinaia di anime. Dunque, siamo all’alba di quel 30 aprile. Alba di sangue è un titolo perfino troppo scontato e banale. Ma è il titolo giusto: 63 trucidati a Pedescala e 19 tra Forni e Settecà bastano e avanzano per inserire queste frazioni nell’elenco degli orrori di un dopoguerra troppo tragico per essere dimenticato.
Se se ne parla ancora dopo quasi 60 anni è perché qualche giudice sbadato, o forse troppo attento alla ragion di Stato, ha tentato di liquidare il tutto relegando il corposo e ingombrante fascicolo in un armadio lontano da occhi indiscreti. Per fare nomi e cognomi, il procuratore generale Enrico Santacroce, nel 1960, con i muri di Pedescala ancora idealmente anneriti dal fuoco della morte appiccato dai nazisti, firmò un decreto di archiviazione. Basta, finito così, senza colpevoli, con i parenti delle vittime destinati a leccarsi le ferite senza la sutura della giustizia.
Invece di colpevoli ce ne furono tanti, a cominciare da quei folli partigiani che, forse raccogliendo le armi lasciate dai russi, si misero a sparare sui tedeschi in ritirata, scatenando una rappresaglia che, comunque, appare spropositata. Di fronte a tanta cieca violenza non c’è legge di guerra che tenga. Comunque succede. I nazisti, un gruppo di guastatori della "Hermann Goering", aiutati da qualche italiano delle brigate nere, mettono a ferro e fuoco il paese.
Il fascicolo che, fino alla metà degli anni 90, rimarrà sepolto nell’"armadio delle vergogna" nascosto a palazzo Cesi, a Roma, serve a capire meglio, a delineare i contorni di quanto accaduto. Ma sui nome dei responsabili c’è ancora mistero, incertezza. Il parlamentare vicentino Pierantonio Zanettin, di Forza Italia, fa parte di quella commissione costituita ad hoc per verificare il motivo dell’occultamento. Grazie a lui è stato possibile togliere il segreto da quel fascicolo composto da oltre mille documenti.
«Numero di Registro 2102. "Imputati: Piazza, Caneva e 33 militari tedeschi". "Parti lese: Martino Brinz più donne, uomini e bambini". Si accertò, dopo la trasmissione del fascicolo avvenuta il 19 luglio del '95, che quel Caneva era un sergente di Asiago della Rsi. Ma tutti i testimoni erano morti e si è dovuti arrivare all’archiviazione». Così scrisse Franco Giustolisi sull’Espresso, quando esplose lo scandalo dell’armadio dimenticato.
Archiviazione. Una parola difficile da digerire, specie per i parenti delle vittime. Ma l’avrebbero anche digerita, pur nel dolore. Dopo che al Comune di Valdastico, nell’81, il presidente Pertini concede una medaglia d’oro al valor militare per attività partigiana, scoppia un pandemonio. Sì, perché se quei partigiani non avessero sparato, gli aguzzini nazisti avrebbero proseguito verso nord, senza distruggere una comunità.
Vabbè, questo è un altro discorso, che si riallaccia però col concetto di verità storica, che probabilmente non verrà mai scritta. Il fascicolo rimasto chiuso nell’armadio della vergogna si apre con un’indagine condotta in maniera perfetta dagli investigatori americani, il maggiore Thomas E. Johnson e il tenente Sydney S. Asher. Bastavano quegli appunti, quei riscontri, per poter perseguire i colpevoli, o perlomeno per poter risalire a qualche nome a cui affiancare l’epiteto di "boia". E invece tutto l’incartamento è finito nell’armadio della vergogna.
Prendiamo, per esempio, Bruno Carlo Tripoli Caneva (nome completo), maresciallo delle brigate nere e imputato numero uno, secondo gli inquirenti di Padova. Dalle carte questo presunto boia non c’entra nulla. Lui a Pedescala non c’era: era ferito al braccio e si stava curando a Merano. Lo testimoniano un’infermiera e il titolare dell’albergo in cui alloggiava la moglie, Ida Stella. In compenso (vedi testimonianza sotto), ci sarebbero stato i fratelli, Adelmo e Antonio, che abitano a Mendoza, in Argentina.
E i nazisti? Chi ha dato quell’infernale ordine? Le carte dicono che gli inquirenti, sempre negli anni 90, hanno proceduto ad inoltrare rogatoria internazionale per sentire il colonnello Bruno Schram e il suo sottoposto, Siegfried Magold. I due hanno confermato di aver fatto parte della Goering, ma hanno anche sostenuto che in quel tragico 30 aprile erano già a Levico. Schram ha ricordato che il giorno successivo arrivò l’annuncio del suicidio di Hitler e lui lo comunicò ai soldati. «Ero a Levico, non posso sbagliare». Magold, invece, ricorda ancora meno.
Di Piazza si perdono le tracce, dei Caneva s’è detto e di un certo maresciallo Wield citato più volte negli interrogatori degli alleati non è dato sapere.
Sono passati tanti anni, eppure a guardare quelle carte, che trattengono più segreti di quelli che rivelano, sembra che il tempo non sia mai passato. Sarà la mancanza di giustizia, sarà il fatto che i colpevoli, tutti i colpevoli, l’hanno fatta franca. Non è di consolazione sapere che è passato tanto tempo. Richiudiamo quel fascicolo con tristezza aggiungendoci il protocollo della rabbia.

 

Carlony


 

 

Pubblicato il 29/4/2004 alle 14.56 nella rubrica Diario.

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